La Vergine Malvina
Una fiaba molto bella e singolare questa, dove sofferenza, reclusione e isolamento caratterizzano le prime fasi degli eventi. L’anima deve attraversare la “notte oscura”, come dice S. Giovanni della Croce, per poter accedere a stadi superiori di evoluzione spirituale.La principessa, ossia l’anima, subisce la spietatezza del male ed è costretta a vivere nell’oscurità per un lungo periodo: l’immagine corrispondente, che la fiaba usa per riferirsi a questo stato interiore è la torre. In questo luogo regna la totale oscurità, essa è stretta, fredda e isolata, non ci sono né suoni familiari, né luce. Così è stato deciso: “Allora il padre divenne furibondo e fece costruire una torre oscura, dove non entrava raggio di sole né di luna, e quando fu pronta, disse: "Rimarrai chiusa qui dentro per sette anni, finché tornerò io stesso a vedere se finalmente il tuo indomito spirito sarà domato."Comincia un conflitto interiore, “le forze del sé inferiore cercano di reprimere la natura amorevole e disinteressata dell’anima che vuole emergere, ma allo stesso tempo ne è dipendente” (E. Storck).
È necessario quindi un lungo tempo di cambiamento e di trasformazione, attraverso sofferenza e reclusione; sappiamo anche che il nostro corpo fisico muta ogni sette anni completamente e trasforma la consistenza materiale e psichica dell’involucro terrestre. L’anima non è sola in questo difficile momento, a tenere compagnia alla principessa c’è la sua ancella, una figura silenziosa di cui non viene detto nulla, ma che sta ad indicare una forza dell’anima paziente, non giudicante e fedele. Al termine dei sette anni, dopo aver vissuto nelle tenebre, e finite le scorte per sopravvivere, c’è una svolta, l’anima cerca disperatamente la salvezza, fino a compiere un gesto estremo, lottando con forza per la propria esistenza, una risalita dagli inferi: “Facciamo l’ultimo tentativo e cerchiamo di rompere il muro”, prese il coltello del pane e si mise a scavare e a forare il cemento di una pietra, e quando era stanca la sostituiva la cameriera. Dopo molto lavoro, riuscirono a togliere una pietra, poi una seconda e una terza”.
E qui accade il miracolo e finalmente un raggio di luce trova il suo varco e illumina il buio nell’anima (E. Storck):
“e dopo tre giorni penetrò in quelle tenebre il primo raggio di sole, e finalmente l’apertura fu così grande che poterono guardare fuori”.
Molte fiabe raccontano di questa luce o bagliore che compare all’improvviso, quando la situazione è allo stremo, come ad esempio ne “La Bara di Vetro” (Grimm) dove il sarto della fiaba si perde nel bosco e “dopo aver passato alcune ore nell'oscurità, non senza una certa paura, vide poco distante brillare un lume”; oppure nella fiaba “La Guardiana delle Oche alla Fonte” dove “il re e la regina, da lontano avevano scorto la luce nella casetta della vecchia” e finalmente ritrovano la loro figlia perduta. Questo apparire della luce, dice Storck, può essere visto come un primo gradino, un primo spiraglio di speranza per una nuova esistenza”.
E infatti è interessante notare come la protagonista, la Vergine Malvina, rappresenti l’anima salvata dalle tenebre e purificata. La sofferenza non ha incattivito il suo cuore e l’esperienza drammatica non è stata vana. La principessa mantiene infatti sempre integre le sue qualità spirituali di umiltà, pazienza e fiducia e quando riesce a liberarsi e rivede la luce non pensa minimamente a vendicarsi del padre che l’ha rinchiusa. Non prova rancore, astio, bensì pena e tristezza per la desolazione che trova all’esterno e forte della sua saldezza interiore entra nella vita terrena affrontando dure prove prima di potersi ricongiungere con il suo io spirituale (il suo antico fidanzato) anche lui aggredito dalle forze oscure della menzogna e dell’inganno (“la falsa sposa”).
“La potenza del Cielo è infinita: impercettibilmente, ma instancabilmente, esso lavora, e alla fine tutto si trasforma nel bene per coloro che hanno riposto nella propria vita un ideale di bellezza e di amore per la venuta del Regno di Dio e per la fratellanza nel mondo” dice Aivanhov.
In questa fiaba l’anima viene messa alla prova fino all’ultimo istante, la lotta e la sfida contro il male e il destino avverso sono il suo pane quotidiano, ma grazie alla sua integrità essa non cede né alla vendetta, né all’odio, né alla disperazione.
Un altro elemento su cui soffermarsi suggerisce E. Storck, è lo stretto legame tra il destino della persona in un cammino di ricerca e il mondo delle forze di crescita e vitali, in questo caso il “cespo di ortiche”. “Se Dio è potuto diventar uomo, può diventare anche pietra, pianta, animale ed elemento” dice Novalis, e l’uomo può affidare alla natura la sua liberazione e salvezza:
“e così grande era il bisogno, che dovettero sfamarsi con un cespo di ortiche” e anche come conforto per poterle affidare la sua richiesta di soccorso: “Ortica, ortica piccoletta, che fai sola soletta? Qui una volta son passata, nuda e cruda ti ho mangiata”.
Fino all’ultimo l’anima dovrà lottare contro la falsità e il sopruso della falsa sposa. Alla fine sarà proprio il principe (l’io spirituale) a riconoscerla come la sua legittima sposa, e lei stessa attesterà la sua identità e l’impegno spirituale preso:
“Sono la vergine Malvina e per amor tuo sono stata sette anni prigioniera delle tenebre, ho sofferto la fame e la sete e ho vissuto per tanto tempo nella più nera miseria: ma per me oggi torna a splendere il sole”.
Il periodo estremo di prova è terminato l’anima purificata, dopo la sua lotta contro il male è resa salva proprio grazie all’accettazione incondizionata del compito impostole da un destino saggio e benedicente per trasformare ed elevare sé stessa. Essa esce quindi raggiante e vittoriosa sulle forze ostacolanti dell’oscurità.