Il Servitore, una forza dell'anima

Che cosa vuol dire servire? E chi o che cosa si serve? Le fiabe, rispondono in modo sempre preciso e ricco di immagini e riferimenti. E non spiegano, ma fanno apparire un personaggio che si accorda all'insegnamento profondo a cui l'anima deve approdare. Il personaggio che svolge questa funzione è il Servo o Servitore. Una figura disinteressata, volta al bene e all'amore incondizionato, servizievole ma non melliflua, con una visione che spesso supera anche quella del “padrone” al servizio del quale opera, molto spesso velatamente.

Il Servo raffigura una qualità dell'anima, una conquista profonda che l'essere umano in cammino verso la consapevolezza e la ricerca della verità e della sua vera essenza, deve compiere. Il Servitore è un guardiano, è l'osservatore interiore che vigila e interviene quando è necessaria una decisione molto saggia. La sua azione legata a una logica superiore è un atto libero da ogni attaccamento e dipendenza, dalle ricchezze, dal potere, dalla notorietà, dalla paura. E ogni volta che questo accade con animo libero, si compie un miracolo e si aprono porte che sembravano chiuse aggiungendo un'altra pietra che va a lastricare la strada dorata, come quella del principe nella fiaba L'acqua della Vita. È sempre l'amore puro e incondizionato e la luce divina che guidano e orientano la nostra salita ai gradi superiori di coscienza.

Il Servo è un personaggio che incuriosisce, da un lato è umile e semplice, dall’altro è elevato e sapiente. È una sorta di mediatore tra il mondo dello spirito e quello della materia. Egli consiglia in modo saggio, assume compiti anche disagevoli e imbarazzanti ispirando fiducia e rispetto, è ingegnoso, devoto, non è un aiutante con poteri magici, ma una presenza costante e protettiva. È interessante notare come in tedesco “servo, servitore” si dica “Knecht” e questo ci fa ricordare molto bene il protagonista immaginario del bellissimo romanzo di Hesse, “Il giuoco delle perle di vetro” che si chiamava appunto Joseph Knecht, egli, maestro del gioco, si allontana dal luogo elitario del monastero per vivere libero tra gli uomini e insegnare.

In alcune fiabe non troviamo appunto un servo qualsiasi, a volte si tratta di una figura di elevata natura che affianca un re o una regina (il saggio servo del re nella fiaba, L’asinello, che fornisce il giusto e imparziale consiglio oppure il servo curioso e coraggioso ne La Serpe bianca, che mette il suo dono speciale al servizio del bene e del prossimo, o il fedele Giovanni, che rimane fedele al suo re fino alla morte). Il servitore può anche possedere doti speciali come nella fiaba “I sei servi”, dove i servitori sono appunto sei e davvero speciali e incredibili sono le loro doti.

Nelle tre fiabe prima citate ogni servitore è dotato di una sfumatura diversa: la fedeltà fino alla morte, l’affetto e l’assoluta premura, la saggezza e lungimiranza. Ciascuno di essi contribuisce al benessere e alla riuscita delle difficoltà che si presentano nella vita e nell'anima del protagonista, a costo della vita e della reputazione.

Qui sono sono riportate alcuni estratti significativi che marcano in modo accurato le riflessioni sopra citate.

Il fedele Giovanni:

“C'era una volta un vecchio re che era malato e pensava: "Questo sarà il mio letto di morte!" Allora disse: "Fate venire il mio fedele Giovanni." Il fedele Giovanni era il suo servo prediletto e si chiamava così perché gli era stato fedele per tutta la vita. Quando fu al suo capezzale, il re gli disse: "Mio fedelissimo Giovanni, sento che la mia fine si avvicina e non ho altro timore che per mio figlio. Si trova ancora in un'età in cui spesso non si sa che via scegliere, e se tu non mi prometti di insegnargli tutto quello che deve sapere, e di essere il suo tutore, non posso chiudere gli occhi in pace." Il fedele Giovanni rispose: "Non lo abbandonerò e lo servirò con fedeltà, dovesse costarmi la vita."



[…] “Allora la statua incominciò a parlare e disse: "Sì, puoi ridarmi la vita se sarai disposto a dare ciò che ti è più caro." Allora il re esclamò: "Per te darò tutto quello che ho al mondo!" La pietra proseguì: "Se di tua mano tagli la testa ai tuoi due bambini e mi ricopri con il loro sangue, allora riavrò la vita." Il re inorridì quando udì che doveva uccidere egli stesso i suoi diletti figli, ma pensò alla grande fedeltà del fedele Giovanni, che era morto per lui: trasse la spada e di sua mano tagliò la testa ai bambini. E quando ebbe ricoperto la statua con il loro sangue, essa si rianimò e il fedele Giovanni gli stette di nuovo innanzi, fresco e sano. 



Il principe ranocchio o Enrico di Ferro:

“La mattina dopo, quando il sole li svegliò, arrivò una carrozza con otto cavalli bianchi, che avevano pennacchi bianchi sul capo e i finimenti d'oro; e dietro c'era il servo del giovane re, il fedele Enrico. Enrico si era così afflitto, quando il suo padrone era stato trasformato in ranocchio, che si era fatto mettere tre cerchi di ferro intorno al cuore, perché non gli scoppiasse dall'angoscia. La carrozza doveva portare il giovane re nel suo regno; il fedele Enrico vi fece entrare i due giovani, salì dietro ed era pieno di gioia per la liberazione. Quando ebbero fatto un tratto di strada, il principe udì uno schianto, come se dietro a lui qualcosa si fosse rotto. Allora si volse e gridò:

"Enrico, qui va in pezzi la carrozza!""No, padrone, non è la carrozza,bensì un cerchio del mio cuore,Ch'era immerso in gran dolore,Quando dentro alla fontana tramutato foste in rana."

Per due volte ancora si udì uno schianto durante il viaggio; e ogni volta il principe pensò che la carrozza andasse in pezzi; e invece erano soltanto i cerchi, che saltavano via dal cuore del fedele Enrico, perché il suo padrone era libero e felice.”



L’asinello:

“ma il servo, che si era nascosto nella camera, andò a rivelargli tutto. Disse il re: -Non ci crederò mai e poi mai! -. -Vegliate voi la prossima notte, e lo vedrete con i vostri occhi. E sapete, Maestà? Portategli via la pelle e gettatela nel fuoco, così dovrà pur mostrarsi con il suo vero aspetto. - -Questo è un buon consiglio- disse il re;

Il servo dice F. Lenz (Die Bildsprache der Märchen, Il linguaggio immaginativo delle fiabe) “rappresenta una forza dell’anima che serve l’io come governante e che effettua azioni che il governato non desidera o non può esercitare. All’interno dell’uomo esiste quindi una facoltà necessaria a completare la parte dominante. Questo servitore riesce interiormente ad avere intuizioni di altro tipo e addirittura possiede a volte maggiore saggezza dell’aspetto dominante dell’io. Il servo può significare una necessaria fase di passaggio verso un adempimento”.

In definitiva, questa energia pacata e umile dell’anima, rappresentata dal servo, ci aiuta a completare qualcosa, è dunque fondamentale averla a fianco, riconoscerla in noi e coltivarla. Una bella definizione trovata dal tedesco per il termine “dienen” (servire) e che mi sembra la più appropriata in questo contesto è “subordinarsi volontariamente a una cosa o a una persona e lavorare per essa” il che non vuole dire necessariamente sottomettersi, bensì offrire sé stessi e la propria intelligenza e saggezza per una buona causa, rimanendo al proprio posto, con devozione e pazienza. Mi sembra sia anche questo il lavoro del discepolo dello spirito.