Il Rugginoso o Giovanni di Ferro
Un re, una zona misteriosa, pericolosa vicino al suo castello, ricca di selvaggina, che nemmeno lui decide di perlustrare. Cosa c’è in quella zona stregata? Che qualità servono per esplorarla, rimanendo vivi? Come mai il re, di quel regno, affida sempre ad altri il compito di entrarvi e non ci va mai di persona? È un re che non indaga, non rischia, delega ad altri e non può quindi sviluppare una nuova consapevolezza e ampliare la conoscenza di sé.Quel bosco, un luogo dell’anima, rimane a lungo “silenzioso e deserto”, tutti hanno timore ad entrarvi, finché non arriva un cacciatore, che porta in sé la prima chiave di svolta, per l’appunto, indispensabile: egli non conosce la paura. È un’entità risvegliata, che ha coscienza di verità e quindi gli strumenti interiori per poter far fronte alle prove che gli arriveranno da quel luogo misterioso.
È l’opposto del re (un sé offuscato), che pagherà a caro prezzo e lungamente il suo stato di coscienza obnubilato.Il mistero del bosco stregato, viene risolto in parte, dal cacciatore mediante logica, acuta osservazione, intraprendenza e tre aiutanti pronti ad agire manualmente. Lo stagno “predatore” viene completamente svuotato e in fondo appare “un uomo selvatico, che aveva il corpo scuro come il ferro arrugginito, e i capelli gli pendevano sulla faccia e gli arrivavano alle ginocchia”.Ecco il signore di quella zona oscura, selvaggia e incontrollabile: il Rugginoso, una forza della natura, non domata e sconosciuta, nascosta nel “profondo stagno”, in acqua paludosa e fonda. Ma chi rappresenta quell’uomo selvatico? Qual è il suo mistero?
Nessuno nel regno sembra interessato a scoprire e investigare lo sconosciuto, anzi... qual è il modo migliore per liberarsi di un’energia che ci minaccia e ci spaventa? Forse rimuovendola? Ingabbiandola e ignorandola?Ancora una volta, il medesimo re, poco illuminato, invece di indagare, ricercare e avvicinare quell’essere apparentemente “alieno”, cercando di scoprirne il mistero, “lo fece mettere in una gabbia di ferro nel cortile, e proibì che ne aprissero la porta, pena la vita”.Se il mondo fosse rimasto in quello stato, l’evoluzione interiore si sarebbe fermata e ogni meccanismo di conoscenza si sarebbe arrestato. Ma dal momento che, il significato dell’esistenza sta proprio nello sviluppo, nella metamorfosi e nella ricerca di significato, ecco che nella fiaba compare una forza nuova, una coscienza giovane e curiosa, un essere in divenire: il figlio del re, di otto anni. Nel tentativo di recuperare la sua palla d’oro, caduta nella gabbia del Rugginoso, pur di riaverla, accetta alla fine di liberarlo e di andare con lui, per non essere rimproverato dal padre.Inizia, quindi, il suo viaggio “iniziatico”, lontano dai genitori (il vecchio e superato ordinamento evolutivo) all’interno di quel bosco misterioso e sconosciuto, avendo come maestro e istruttore, un essere, che rappresenta proprio la forza liberata del Ferro. Sappiamo come questo metallo, abbia origini “celesti”, nell’antichità, infatti, esso veniva estratto dai meteoriti. Il Rugginoso, o Giovanni di Ferro, doveva sicuramente possedere in sé, oltre alla forza del ferro (sangue, Marte, forza fisica) conoscenze e abilità particolari, provenienti da altre dimensioni, tanto da renderlo ricco oltre ogni dire.
Ecco cosa dice al fanciullo: “I tuoi genitori non li vedrai più, ma ti terrò con me, perché mi hai liberato e mi fai compassione. Se farai tutto quel che ti dico, te la passerai bene; oro e tesori ne ho in abbondanza, e più di ogni altro al mondo”.
I compiti che l’uomo “selvatico” dà al fanciullo, sono compiti di addestramento, da maestro a discepolo: essere custode della fonte d’oro: “tu devi star qui seduto e badare che non ci caschi dentro niente, altrimenti è profanata”. Ma l’allievo non è ancora pronto, è molto giovane, il dito gli duole tanto, comincia ad “annoiarsi” e così, per tre volte, la fonte viene da lui profanata. Risultato: prova non superata, la fonte d’oro di saggezza antica, contaminata, quindi egli dovrà lasciare quello spazio protetto e “dorato”, per affrontare la vita del mondo e trovare, con le sue forze, un lavoro per sopravvivere. Povertà, solitudine, lo accompagneranno, ma è la sua qualità più grande a sostenerlo: “non ha l’animo cattivo”.
A questo proposito, notiamo come in tutta la fiaba, sia ricorrente l’immagine legata all’oro: la palla d’oro del fanciullo, la fonte d’oro, il pesce d’oro, la biscia d’oro, il dito e i capelli che si tingono di oro, le ricchezze del Rugginoso (“oro e tesori”), le tre mele d’oro della principessa, i ducati d’oro, tutto fa riferimento al nucleo sostanziale di un’anima molto elevata, che è appunto è fatta “d’oro”.
Sappiamo come l’oro, in quanto metallo prezioso, è incorruttibile, inalterabile, eterno e… soprattutto non arrugginisce. Come mai l’uomo selvatico della fiaba “aveva il corpo scuro come il ferro arrugginito”? Eppure possiede ricchezze “più di ogni altro al mondo”, ma cosa si è corrotto in lui? Di cosa ha disperato bisogno, per essere sciolto dall’incantesimo? Proprio di un’anima pura e innocente, di un’anima che gioca ancora con la sfera d’oro della perfezione, di un’anima che si è “intinta nell’oro”, che non è interessata al denaro, ma lo regala ai bambini del giardiniere. Sappiamo, per l’appunto, come l’oro sia un potente conduttore di Energia e il Rugginoso ha bisogno primariamente proprio di quel tipo di energia unificante e totalizzante, per tornare ad essere il vero Giovanni (di Ferro) (The Iron John, der Eisenhans) e non soltanto un raggrinzito e arrugginito uomo selvatico, capace solo di aggredire e uccidere.
La fiaba procede con molte peripezie ed eventi in cui i due personaggi continuano ad essere legati, seppur a distanza, avendo l’uno bisogno dell’altro, l’uno fornisce gli strumenti potenti di una natura selvaggia e ribelle e l’altro li mette in opera “spiritualizzandoli”, ossia usandoli a fin di bene e senza ricercarne un riconoscimento. Insieme le due forze, quella del ferro e quella dell’oro, si congiungono e si intrecciano, fino ad ascendere ai gradini più alti dell’evoluzione spirituale, giungendo l’uno, alle nozze “regali” e l’altro, alla liberazione dall’incantesimo e al ritrovato stato dell’Io spirituale, come ricchissimo re.
Bellissimo è il finale:
“E mentre sedevano alla mensa nuziale, d’un tratto la musica tacque, le porte si aprirono, ed entrò un re superbamente vestito e con un gran seguito. S’accostò al giovane, l’abbracciò e disse: “Sono il Rugginoso: mi avevano stregato e trasformato in un uomo selvatico, ma tu mi hai liberato. Tutti i tesori che possiedo saranno i tuoi”.